

"...Sebbene conosciamo i fatti concreti della vita e l'inevitabilità della morte, assai di rado affrontiamo apertamente questa realtà. Quando lo facciamo, il nostro istinto è di voltarci dall'altra parte. Sebbene non vogliamo confrontarci con la morte e con la paura che essa ci incute, scappare da questa scomoda verità non ci sarà di aiuto. Alla fine la realtà ci raggiungerà. Se per tutta la vita abbiamo ignorato la morte, essa ci coglierà di sorpresa. Sul letto di morte non ci sarà tempo per imparare a gestire la situazione, né vi sarà tempo per sviluppare la saggezza e la compassione che possono guidarci abilmente attraverso il territorio della morte. Lì, dovremo affrontare come meglio possiamo qualsiasi cosa incontreremo: un vero gioco d'azzardo.... "








Se pratichiamo gli insegnamenti durante la nostra vita è per superare qualsiasi paura al momento della morte. Saremo capaci di affrontare questa prova con fiducia, completamente certi di cosa fare e cosa evitare, e di come la mente può usare questa particolare opportunità per liberare se stessa dal ciclo della morte e della rinascita. Questa dovrebbe essere la consapevolezza che sottende la pratica quotidiana per tutta la nostra vita...."
Fra il 1994 e il 2004, Kalsang Dolma, una giovane tibetana profuga in Canada, compie una dozzina di viaggi in Tibet munita di una piccola videocamera e di un lettore video. Con sè porta un filmato contenente un messaggio di speranza del Dalai Lama per il suo popolo e lo mostra nelle case e nei monasteri a 103 tibetani. Tutti sono consapevoli di rischiare la propria vita pur di diffondere ed ascoltare le parole di Sua Santità. Da questa rischiosissima impresa nasce un documentario di grandissima intensità emotiva che per diversi anni è stato proiettato in sale selezionate e con le adeguate misure di sicurezza per evitare la diffusione incontrollata delle immagini. Questo per tutelare i tibetani, che consapevolmente hanno preso parte al progetto, dalle inevitabili ritorsioni del governo cinese. Gli autori del documentario, attraverso canali comunicativi privilegiati, sono sempre rimasti in contatto con i partecipanti in modo da denunciare qualsiasi episodio di ritorsione nei loro confronti. Il tempo è passato e in qualche modo anche la Cina è cambiata. Il filmato ha raggiunto Pechino e il silenzio e l'indifferenza sono diventati i peggiori nemici del popolo tibetano. Sono stati consultati i leaders della comunità tibetana in esilio ed alcuni partecipanti al documentario che nel frattempo avevano raggiunto l'India. E' stato quindi deciso di dare al filmato la più ampia diffusione possibile, in modo da rompere il silenzio e far partecipe il maggior numero possibile di persone al supporto della non violenza e alla tutela dei tibetani rimasti in patria. Quello che segue è un piccolo trailer del documentario, e questo è il sito del progetto.







