Testi di Maestri buddhisti e non, contemporanei e del passato, trovati in rete, tradotti e riadattati.
Possa questo mio modesto contributo essere di beneficio per tutti gli esseri.
- Thupten Nyima -
“...E' corretto il mio modo di meditare? Ma faro' mai qualche progresso? Raggiungero' mai il livello del mio maestro spirituale?”
Combattuta tra la speranza ed il dubbio, la nostra mente non e' mai in pace. A seconda del nostro umore, pratichiamo un giorno intensamente, e il successivo non facciamo nulla. Siamo attaccati alle piacevoli esperienze che emergono dallo stato di calma mentale, e poi abbandoniamo la meditazione quando non riusciamo piu' a rallentare il flusso dei pensieri. Non e' questo il modo giusto di praticare......"

"...Sebbene conosciamo i fatti concreti della vita e l'inevitabilità della morte, assai di rado affrontiamo apertamente questa realtà. Quando lo facciamo, il nostro istinto è di voltarci dall'altra parte. Sebbene non vogliamo confrontarci con la morte e con la paura che essa ci incute, scappare da questa scomoda verità non ci sarà di aiuto. Alla fine la realtà ci raggiungerà. Se per tutta la vita abbiamo ignorato la morte, essa ci coglierà di sorpresa. Sul letto di morte non ci sarà tempo per imparare a gestire la situazione, né vi sarà tempo per sviluppare la saggezza e la compassione che possono guidarci abilmente attraverso il territorio della morte. Lì, dovremo affrontare come meglio possiamo qualsiasi cosa incontreremo: un vero gioco d'azzardo.... "

DUSUM SANGYE

La preghiera a Guru Rinpoche
che disperde gli ostacoli e realizza le aspirazioni


Tulku Urgyen Rinpoche
canta DUSUM SANGYE



"....Morire soddisfatti e pacificamente è cruciale per un buon passaggio. Lasciamo andare ogni paura o rimpianto, non siamo tristi e non indulgiamo in alcun senso di perdita o separazione. Nel frattempo, apprendiamo questo processo e prepariamoci a compiere una transizione senza ostacoli. La presentazione e lo studio di questi dettagli ci avverte su ciò che ci attende, in modo che possiamo prevedere gli ostacoli e imparare ad agire appropriatamente e coraggiosamente attraverso tutti gli stadi, senza essere distratti da inutili speranze e paure....."
"...Potrei facilmente presentarvi il Buddhismo in maniera molto diplomatica; potrei spiegarvelo con parole molto dolci. Potremmo gestire questo corso di cinque giorni come fossimo in un locale notturno, con molte parole carine, ballando e divertendoci. E’ possibile farlo, ma non è questo il punto. Siete venuti qui per la meditazione, non per uno spettacolo. In realtà, siete venuti qui proprio perché sapete già tutto quello che c’è da sapere sul tipo di divertimento che potete trovare in un locale notturno...."
"... L'inizio di una pratica di meditazione costante comporta un cambiamento negli impegni abituali della giornata. Inserire, ogni tanto, una breve meditazione nella vita di tutti i giorni è relativamente semplice, ma quando si vogliono fare le Pratiche Fondamentali del Grande Sigillo, la cosa diventa più impegnativa e richiede più tempo. Ecco alcune idee e suggerimenti per chi compie i primi passi sulla via...."
"... Il termine con cui i tibetani indicano la meditazione significa letteralmente "familiarizzazione", che consiste nell'avvicinarsi alla comprensione di qualcosa mediante la semplice ripetizione. E' quindi molto semplice: la ripetizione porterà all'abitudine, per poi divenire qualcosa di totalmente spontaneo. E' così che la pratica del Dharma diverrà facile, semplice e molto naturale..."
Mandala - Lineage Nyingma - XIX° Sec.
Archivi del Monastero di Shechen


"... Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto alla mente, uno stato senza pensiero né movimento mentale: quest’idea è sbagliata, perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero, questo tavolo davanti a noi starebbe meditando! La meditazione non ha nulla a che vedere con il fatto di creare un vuoto volontario nella mente: meditare non significa bloccare il movimento dei pensieri, ma restare in uno stato in cui questi pensieri non fanno presa. Se non ci fossero pensieri o movimento concettuale nella mente, chi mediterebbe?..."

"... E’ stato scritto anche che l’Abhidharma è raccomandato solo a quelli che si sforzano sinceramente di realizzare lo scopo della pratica buddhista e la sua conoscenza è essenziale per i maestri del Dharma. Questo rispetto per l’Abhidharma si trova non solo nella tradizione Theravada ma anche nelle altre grandi tradizioni buddhiste. Per esempio Kumarajiva, il grande traduttore centro-asiatico famoso per la traduzione degli scritti Madhyamaka in cinese, affermava che se voleva insegnare la filosofia buddhista ai cinesi, avrebbe dovuto cominciare con l’Abhidharma. Anche nella tradizione tibetana l’Abhidharma è una parte importante della pratica monastica.

Come mai l’Abhidharma è tenuto in così alta considerazione? La ragione principale è che la conoscenza dell’Abhidharma, nel senso generale di comprendere l’insegnamento ultimo, è assolutamente necessaria per realizzare la saggezza, che a sua volta è necessaria per ottenere la liberazione. Per quanto uno mediti e conduca una vita virtuosa, non può raggiungere la liberazione senza l’intuizione profonda della vera natura delle cose...."
Avalokiteshvara - Rakta Lokeshvara
Tibet, lineage Gelug, XIX° Sec.

"... In Europa e in America si ritiene che il pensiero buddhista sia particolarmente avanzato, rigorosamente razionale e raffinato. Quando per la prima volta andai nei paesi dell’Asia sud-orientale, devo ammettere che fu uno shock per me scoprire che molti in quei paesi considerano il buddhismo superato, irrazionale e vincolato ad antiquate superstizioni. Questo è uno dei due atteggiamenti che impedisce la giusta comprensione del buddhismo in tali comunità di tradizione buddhista. L’altro fraintendimento che affligge il buddhismo in queste comunità è il considerarlo un pensiero così profondo e astratto che nessuno lo può veramente capire. Forse è proprio l’arroganza intellettuale degli Occidentali che li ha salvati da una tale aberrazione. Insomma si può dire che l’atteggiamento mentale con cui l’Occidente e l’Oriente considerano il buddhismo sia diametralmente opposto. Per questo voglio cominciare il nostro studio del buddhismo considerandolo da due diverse prospettive...."
"...Prima o poi dovremo confrontarci con l’inevitabile realtà della morte.
Se pratichiamo gli insegnamenti durante la nostra vita è per superare qualsiasi paura al momento della morte. Saremo capaci di affrontare questa prova con fiducia, completamente certi di cosa fare e cosa evitare, e di come la mente può usare questa particolare opportunità per liberare se stessa dal ciclo della morte e della rinascita. Questa dovrebbe essere la consapevolezza che sottende la pratica quotidiana per tutta la nostra vita...."
"... Prepariamoci al sonno coscientemente, mantenendo una motivazione pura. Abbandonando la trascuratezza, cerchiamo di addormentarci in uno stato di rilassata attenzione. Come pratichiamo la presenza mentale nel sogno?..."
CHE COSA RIMANE DI NOI

Fra il 1994 e il 2004, Kalsang Dolma, una giovane tibetana profuga in Canada, compie una dozzina di viaggi in Tibet munita di una piccola videocamera e di un lettore video. Con sè porta un filmato contenente un messaggio di speranza del Dalai Lama per il suo popolo e lo mostra nelle case e nei monasteri a 103 tibetani. Tutti sono consapevoli di rischiare la propria vita pur di diffondere ed ascoltare le parole di Sua Santità. Da questa rischiosissima impresa nasce un documentario di grandissima intensità emotiva che per diversi anni è stato proiettato in sale selezionate e con le adeguate misure di sicurezza per evitare la diffusione incontrollata delle immagini. Questo per tutelare i tibetani, che consapevolmente hanno preso parte al progetto, dalle inevitabili ritorsioni del governo cinese. Gli autori del documentario, attraverso canali comunicativi privilegiati, sono sempre rimasti in contatto con i partecipanti in modo da denunciare qualsiasi episodio di ritorsione nei loro confronti. Il tempo è passato e in qualche modo anche la Cina è cambiata. Il filmato ha raggiunto Pechino e il silenzio e l'indifferenza sono diventati i peggiori nemici del popolo tibetano. Sono stati consultati i leaders della comunità tibetana in esilio ed alcuni partecipanti al documentario che nel frattempo avevano raggiunto l'India. E' stato quindi deciso di dare al filmato la più ampia diffusione possibile, in modo da rompere il silenzio e far partecipe il maggior numero possibile di persone al supporto della non violenza e alla tutela dei tibetani rimasti in patria. Quello che segue è un piccolo trailer del documentario, e questo è il
sito del progetto.

Avalokiteshvara - Sahasrabhujalokeshvara
(11 facce, 1000 braccia)
Tibet, lineage Nyingma e Gelug, XVIII° Sec.

"... I bardo non esistono al di fuori di noi, sono il contesto della nostra esperienza. Ciò è molto importante che sia compreso. Non dovete pensare di essere in uno stato intermedio, in un bardo, solamente in certi momenti. L'intero universo del samsara e del nirvana si svolge nei bardo. Dall'inizio del nostro sogno e fino al momento in cui non ci svegliamo completamente, rimaniamo sempre nei territori del bardo. Fino a che siamo intrappolati dall'attaccamento e dall'illusione dell'ego, siamo nel bardo...."
"... Solo la nostra ricerca della felicità ci impedisce di vederla. E’ come inseguire un arcobaleno senza poterlo prendere. Sebbene non esista, esso è sempre lì e ci accompagna continuamente....."
"... Lo scopo della pratica buddhista è quello di porre fine alla sofferenza.
Un rifugio è un luogo dove stare per essere liberi dal pericolo, dalla paura e dalla sofferenza.
Nel Buddhismo, il Rifugio è una metafora che indica la consapevolezza o la presenza.
E’ un ricordo dell’orientamento di base della pratica, cioè che la fine della sofferenza si ottiene essendo presenti e consapevoli..."

Manjusri e Vajrabahirava (Yamantaka)